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Il suono & la permacultura

 

All'inizio era il Suono. Il Suono era presso la Madre. La Madre era il Suono. (Franco Fornari) 

IL SUONO NELLA PERMACULTURA COME ELEMENTO RIGENERATIVO 

di Antonio Sodano

La parola “suono” indica la sensazione uditiva che si crea nella nostra mente in seguito all’elaborazione degli stimoli provocati dalle “onde sonore”, fenomeni meccanici che fanno oscillare le molecole dell’aria. Se un’onda sonora, provocata ad esempio dalla caduta di un albero, non incontra nessun essere vivente in ascolto allora non c’è suono. Non c’è suono anche nel caso in cui l’onda sonora abbia una frequenza fuori dalla sensibilità dell’apparato uditivo dell’essere vivente che incontra. Quando un suono è sgradevole lo si definisce “rumore”, ma questa distinzione è soggettiva o culturale: un particolare rumore a qualcuno può risultare un suono gradevole, una musica bellissima ad un volume eccessivo può essere un’esperienza molto sgradevole. 

 

Tra le varie forme di inquinamento che l’essere umano produce, possiamo anche annoverare l’inquinamento acustico, connesso coerentemente con l’inquinamento del suolo, dell’acqua, dell’aria e l’inquinamento luminoso. La rottura dell’armonia tra essere umano ed ecosistema si rispecchia dunque anche nella miriade di suoni tossici che aggrediscono non solo le persone ma anche gli animali, gli insetti e tutte le forme di vita. La distruzione degli ecosistemi si manifesta anche con rumori violenti a cui seguono silenzi mortiferi. D’altro canto il suono è anche in grado di provocare sensazioni di benessere. In un’ottica di rigenerazione olistica, quindi, la dimensione sonora ci offre un ulteriore campo di indagine e di azione dove ampliare consapevolezza e conoscenza, dove acquisire strumenti concreti per intervenire responsabilmente e felicemente nel mondo in cui viviamo.

Il suono, poiché in grado di contribuire alla rigenerazione olistica dell’ambiente e della persona, si integra e si connette perfettamente con la permacultura: il suono infatti è energia, nutrimento, informazione ed in virtù di queste sue caratteristiche entra a pieno titolo nel processo del design, attraverso il quale si vogliono realizzare insediamenti umani in armonia con gli ecosistemi. 

 

Fin dai tempi più remoti il suono è sempre stato oggetto di interesse, percepito come un fenomeno carico di significati simbolici, considerato come la manifestazione del divino. In diverse cosmogonie e testi sacri il suono viene descritto come la forza primordiale creatrice del mondo, la sostanza originaria di tutte le cose, un suono che si fa materia e carne (a Pitagora si attribuisce la frase “la geometria delle forme è musica solidificata”). A proposito di testi sacri, è molto felice la riscrittura che lo psicanalista Franco Fornari fa dei primi versi biblici, sostituendo il padre con la madre (la madre terra di cui si prende cura la permacultura) e il verbo (il logos) con il suono, una delle forme di energia che ci stimola e ci nutre: “All’inizio era il Suono. Il Suono era presso la Madre. La Madre era il Suono”. 

Secondo le antichissime narrazioni vediche il suono preesiste agli dèi stessi, i quali, attraverso i loro canti sacrificali hanno creato le cose e tutti gli esseri viventi. E sempre attraverso il canto gli esseri umani nutrono gli dèi in ascolto. Secondo queste narrazioni suono, canto e ascolto sono alla base dell’universo e della relazione tra terra e cielo. Suono e ascolto sono imprescindibili. L’ascolto, azione non passiva ma attiva, è fondamentale per cogliere l’essenza delle cose e delle leggi naturali, al fine di comprendere la realtà e agire coerentemente. 

Se guardiamo all’etimologia della parola “ascolto è interessante notare come questo sia connesso all’obbedienza, termine che deriva dal latino, formato dal prefisso “ob” (verso, contro, dinnanzi) e dal verbo “audīre” (udire, sentire, ascoltare). Uno dei significati di “obbedire” è dunque “ascoltare chi sta dinnanzi, prestare ascolto, assecondare, obbedire alle leggi della natura, adeguarsi alle necessità”. Anticamente quindi il termine indicava una virtù, la capacità di mettersi in ascolto, di cogliere l’essenza delle cose per poter agire in armonia con la loro natura (o con la propria natura), facendo eventualmente prevalere la volontà di qualcuno o qualcosa sulla propria, laddove si riconosca che questo adeguarsi porti a fare la cosa giusta. In questo senso l’obbedienza non è una passiva sottomissione dettata dalla paura e dal conformismo, non è l’esecuzione acritica di un ordine, ma indica una predisposizione ad assecondare un’armonia preesistente, che va colta e accolta, un messaggio al quale dare fiducia.

SUONO COME ENERGIA, NUTRIMENTO E INFORMAZIONE 

Come insegna l’acustica (dal greco ἀκούειν, udire), branca della fisica che studia il suono, le sue cause, la sua propagazione e la sua ricezione, l'onda sonora è una perturbazione che si propaga nello spazio e che trasporta energia da un punto all'altro. Se l’onda sonora trasporta energia allora il nostro apparato uditivo intercetta energia, non solo informazioni. Il suono è energia così come lo sono il cibo, l’ossigeno, l’acqua e la luce. Potremmo considerare energia anche le relazioni e l’amore. 

Alfred Tomatis, medico e otorinolaringoiatra francese, ha studiato in modo pionieristico e rivoluzionario l’apparato uditivo e fonatorio umano. Tra le sue scoperte, la più nota è quella che ha dimostrato che il feto inizia a udire suoni già al quarto mese di gestazione. Grazie al suo lavoro si è compreso che le onde sonore sono una fonte di energia per l’organismo e che l’orecchio nasce per intercettare questa energia: le onde sonore vengono convertite dall’apparato uditivo in stimoli elettrici che raggiungono il cervello (ricarica corticale) fornendo l’energia per il suo funzionamento. Egli inoltre ci ha lasciato in eredità l’Audiopsicofonologia (o Metodo Tomatis), disciplina avente come oggetto di studio e di applicazione la rieducazione dell'orecchio e dell’apparato fonatorio al fine di migliorare le facoltà dell’ascolto e della comunicazione, e far sì che il suono possa svolgere più efficacemente la funzione di ricarica corticale. Questo metodo (diffuso in tutto il mondo ma tuttavia ancora poco conosciuto) permette di affrontare e superare diversi problemi di natura fisiologica, emotiva, psicologica, neurologica e culturale che ostacolano l’ascolto umano, agendo negli ambiti neurovegetativi (appetito, sonno), della motricità, della creatività, della vigilanza (attenzione e concentrazione), della memoria, del comportamento e del linguaggio. Al di là di questi problemi specifici l’audiopsicofonologia è in grado di potenziare l’ascolto di una persona già sana, con diverse ricadute positive sul suo benessere generale, rigenerando l’ascolto di sé e del mondo circostante. 

 

È bene distinguere tra sentire (o udire) e ascoltare: quando l’apparato uditivo è funzionante ci permette, consapevolmente o inconsapevolmente, di sentire, di percepire suoni. Ascoltare invece è sempre una azione volontaria e consapevole: quando si ascolta si decide di prestare attenzione ad un suono, a un messaggio. Nei suoi lavori Alfred Tomatis si riferisce all’ascolto in un senso ancora più ampio: egli colloca il percorso evolutivo dell’orecchio in un processo attraverso il quale l’essere umano è chiamato a sviluppare sempre più la funzione dell’ascolto inteso come capacità di mettersi in relazione con la sua natura profonda e con l’universo. La natura vibrazionale del cosmo chiama l’essere umano invitandolo a mettersi in ascolto anche dell’apparente e immenso silenzio che non è assenza di vibrazioni, ma continua presenza di tensione, di agitazioni molecolari di cui la vita è fatta. 

In un suo libro Tomatis cita una frase di Ermete Trimegisto: “Il suono ha fatto l’orecchio. Se tu vuoi conoscere il suono studia e chiarisci i segreti relativi all’orecchio”. E Tomatis ha indagato i segreti dell’orecchio inquadrandone il percorso evolutivo sia dal punto di vista filogenetico (che interessa le specie o i gruppi di individui su scale temporali molto ampie) che da quello ontogenetico (che interessa un singolo individuo nel suo sviluppo dalla fase embrionale alla fase adulta). 

Egli osserva che la prima parte che viene a formarsi è quella dell’orecchio interno, poi quello medio e infine quello esterno. Questo percorso evolutivo, sostiene Tomatis, sarebbe stato indotto dai fenomeni vibratori cosmici che con la loro spinta induttiva e dinamizzante avrebbero influenzato quelle modifiche adattive affinché l’essere umano potesse mettersi in ascolto dell’universo e di sé stesso. 

Quello che viene definito orecchio interno (coclea e vestibolo) è dunque la parte più antica dell’apparato uditivo, solo successivamente si sarebbero sviluppati l’orecchio medio (timpano, staffa, incudine e martello) e quello esterno (padiglione auricolare e condotto interno). 

 

Prima che arrivasse la funzione uditiva l’orecchio aveva due precise funzioni: fornire informazioni relative all’ambiente esterno e fornire stimolazioni energetiche all’organismo ricevente. 

Sappiamo che il vestibolo è responsabile della postura, della posizione nello spazio, dell’orientamento rispetto al sopra e al sotto, quindi del movimento nello spazio. Da questa relazione con lo spazio si crea di conseguenza l’immagine corporea che permette di arrivare ad una percezione del sé sempre più consapevole. Con la conquista della posizione eretta (che secondo Tomatis è stata indotta dal suono per incrementare l’ascolto) il vestibolo è diventato responsabile anche dell’equilibrio e della verticalità. Non a caso la posizione eretta consente di catturare meglio le vibrazioni sonore grazie all’esposizione della superficie anteriore, più ricca di fibre sensoriali (le vibrazioni acustiche, in particolare le basse frequenze, sono percepite anche dalla pelle e dalle ossa), e di ottenere quell’allineamento degli organi interni e della colonna vertebrale facendo sì che l’essere umano sia una sorta di antenna ricevitrice ed emettitrice in collegamento con il cosmo. 

La coclea invece è l’organo specializzato nella ricarica energetica, colei che analizza e traduce in impulsi nervosi l’energia contenuta nell’onda sonora, che attraverso i nervi acustici raggiunge la corteccia cerebrale. La grande quantità di energia di cui il cervello ha bisogno (milioni di stimoli per tante ore al giorno), oltre a provenire dalle attività metaboliche interne, è fornita dunque dalle numerose stimolazioni provenienti dall’ambiente esterno, tra cui il suono e la luce. Questo effetto dinamizzante che il suono opera sull’essere umano è quindi un vero e proprio nutrimento sensoriale che stimola l’organismo, accrescendo la sua vitalità e favorendo lo sviluppo delle facoltà mentali. Coclea e vestibolo dunque fanno sì che l’essere umano possa letteralmente nutrirsi dell’energia sonora e possa mettersi in relazione con l’ambiente esterno. 

 

L’orecchio nel suo percorso di perfezionamento si è strutturato per catturare e amplificare quelle frequenze alle quali l’orecchio interno è più sensibile. Le frequenze che viaggiano nello spazio acustico sono numerosissime ma non tutte utili alla ricarica energetica dell’essere umano. Nella messa a punto dell’audiopsicofonologia Tomatis osserva che le frequenze acute sono quelle più dinamizzanti per l’organismo, questo perché la coclea presenta il maggior numero di cellule ciliate in prossimità del tratto adibito alla ricezione delle frequenze più acute (quelle che assicurano una risposta vitale maggiore vanno da 800 Hz a 4.000 Hz circa). Queste cellule captano gli stimoli sonori e li trasmettono al cervello sotto forma di impulsi nervosi. Le frequenze gravi invece mobilitano l’energia senza contribuire alla ricarica corticale. Sono i suoni gravi che sollecitano un individuo a ballare o a entrare in trance, provocando un coinvolgimento corporeo molto costoso sul piano energetico. Questa dinamizzazione apparente delle frequenze basse in realtà non ricarica energeticamente l’organismo ma provoca un impoverimento energetico perché si rivolge più al corpo, facendogli consumare energia con il movimento. 

 

Nel metodo Tomatis i suoni terapeutici vengono somministrati durante le sedute di ascolto al fine di risvegliare il corpo e la coscienza della persona. Le fonti sonore impiegate in questo metodo sono le composizioni di Mozart e i canti gregoriani che per le loro peculiari caratteristiche ritmiche e frequenziali hanno dato le stesse risposte neurofisiologiche e psicologiche indistintamente su persone appartenenti a tutte le aree geografiche e culturali. L’orecchio elettronico, cuore tecnologico dell’audiopsicofonologia, seleziona e amplifica le frequenze adatte agli scopi terapeutici e le diffonde attraverso cuffie stereo nelle quali è installato un terzo emettitore che appoggia sull’estremità del cranio. In questo modo il suono si diffonde anche attraverso il canale osseo, sensibile a certe frequenze, arricchendo ulteriormente il bagno sonoro terapeutico. Attraverso gli ascolti del metodo Tomatis il suono stimola la persona innescando quei processi terapeutici rivolti a diverse problematiche inerenti l’ascolto e la postura, la respirazione, la fonazione e il canto, la sfera emotiva e psicologica, il linguaggio e la comunicazione. Per quanto riguarda la postura, questa viene sempre modificata dopo le sedute di audiopsicofonologia poiché la risposta dell’orecchio induce a recuperare quella posizione che permette la migliore ricezione delle onde sonore. 

 

In seguito ai suoi esperimenti e osservazioni Tomatis poté enunciare quelle che oggi vengono definite “le tre leggi di Tomatis”, depositate nel 1957 all’Accademia delle Scienze di Parigi: 

1. La voce contiene quello che l’orecchio sente. La laringe può emettere solo le frequenze che una persona è in grado di sentire. 

2. Se si dà all’orecchio leso la possibilità di udire correttamente le frequenze perse o compromesse, queste vengono istantaneamente ed inconsciamente ristabilite nell’emissione vocale. 

3. La stimolazione uditiva effettuata per un certo periodo di tempo modifica, per fenomeno di persistenza, la postura di autoascolto del soggetto e, di conseguenza, la sua fonazione. 

 

Anche la voce può avere una funzione dinamizzante e terapeutica. Quando è possibile il percorso audiopsicofonologico impiega la registrazione della voce della madre del paziente che si sta sottoponendo alle sedute. Ma la voce è anche canto e il canto può avere ulteriori benefici per la persona stessa che intona il canto o per chi ascolta. Quando viene emesso correttamente, con la giusta postura, respirazione e tensione muscolare, il canto è una incomparabile fonte di energia per la corteccia cerebrale e svolge una vera e propria funzione terapeutica. Un buon canto favorisce uno stato di equilibrio e serenità, migliora la respirazione, l’ossigenazione e orienta la postura verso una verticalità che permette all’orecchio interno di funzionare al meglio, amplificando il suo effetto dinamogenico. Il canto inoltre mette in vibrazione la scatola cranica agendo di conseguenza sull’ipofisi e tutte le ghiandole endocrine. 

Ma se la postura, la respirazione e le tensioni muscolari non sono corrette l’emissione vocale può essere per nulla energizzante, se non addirittura portare affaticamento e danneggiare le corde vocali. Così come la voce può essere dolce, piena e ricca di armonici può anche essere aggressiva e intossicante. I canti legati alle religioni o alle pratiche meditative (le salmodie vediche, buddiste, tibetane, il canto gregoriano, il canto dei dervisci) offrono diversi esempi di suoni altamente energizzanti. Tomatis osservando gli spettrogrammi di questi canti poté constatarne l’abbondanza di alte frequenze e li definì “suoni sacri”, suoni che provocano un aumento del tono cerebrale e della dinamica del sistema nervoso nel suo insieme, suoni che dinamizzano cervello e corpo. L’energia di questi canti agisce sul battito cardiaco, sul respiro, sulla coscienza, permettendo di accedere ad una dimensione trascendentale, spirituale, nella quale ci si può mettere in ascolto dell’universo. 

 

Oggi, con il progredire della scienza e della tecnologia, lo spazio acustico è pieno di suoni digitali, sintetici, che rispetto ai suoni naturali sono più poveri di frequenze, quindi hanno un potenziale energetico minore. I sistemi di amplificazione invece hanno creato dimensioni acustiche tossiche per l’essere umano per via dell’eccessiva intensità. Se i Beatles nel 1957 si esibivano con amplificatori da 30 watt oggi gli impianti hanno superato il milione di watt. Queste grandi masse sonore, che possono dare sensazioni inebrianti e galvanizzanti, sono in realtà grandi fonti di stress e danni neurologici. Tali intensità portano affaticamento, soprattutto perché amplificano le frequenze basse, aumentando la loro funzione di scarica energetica. L’aumento innaturale dell’intensità delle base frequenze, alle quali il nostro orecchio è meno sensibile, è molto dannosa e può causare veri e propri squilibri psichici e danni permanenti ai tessuti e agli organi dell’apparato uditivo. Anche l’utilizzo prolungato di tappi di protezione o cuffie audio indeboliscono l’orecchio perché viene a trovarsi in una dimensione acustica affatto naturale, tagliato fuori dal suo ambiente aereo. Oggi il rumore e la quantità esorbitante di stimoli sonori (spesso con scopi meramente commerciali) hanno creato una vera e propria dipendenza psicologica, che priva le persone di un sano silenzio e di una dimensione acustica appagante e dinamizzante. L’audiopsicofonologia che Alfred Tomatis ci ha lasciato in eredità è un potente strumento grazie al quale possiamo rigenerare la preziosa e vitale funzione dell’ascolto. 

 

Dopo aver tradotto l’onda acustica in suono e aver trasformato la sua energia meccanica in energia nervosa, il cervello elabora l’informazione ci permette di accedere a moltissime informazioni sia sul mondo esterno che su noi stessi. Il suono ad esempio ci dà informazioni relative alle caratteristiche del materiale di cui la sorgente sonora è costituita, poiché ogni materiale possiede una sua “voce” che lo rende riconoscibile. Se ad esempio si lasciano cadere sul pavimento una moneta d’oro e una moneta di stagno, più o meno delle stesse dimensioni, i due suoni saranno differenti. L’oro ha una densità maggiore dello stagno, è più compatto, quindi la moneta d’oro sarà più pesante di quella in stagno e produrrà un suono più corposo, più intenso, più ricco di frequenze e più duraturo nel tempo. Un vaso di ceramica può emettere un suono pieno e squillante ma se si forma una crepa la vibrazione verrà ostacolata ed il suono si impoverirà sensibilmente. Due pezzi dello stesso tipo di legno, uno appena tagliato e l’altro stagionato da anni, emetteranno suoni diversi: quello stagionato, più secco e compatto, trasmetterà meglio il suono, che sarà più ricco e definito. Il suono quindi ci può dare preziose informazioni che possono guidarci nella scelta di un oggetto o di un materiale. 

Anche nel campo medico il suono è utilizzato per ottenere informazioni a fini diagnostici: durante l’esame neurologico viene valutata la sensibilità vibratoria del paziente utilizzando un semplice diapason da 128 Hz. Ecografia ed ecodoppler sono metodiche diagnostiche molto sofisticate basate sull’impiego degli ultrasuoni: questi vengono direzionati verso gli organi interni e riflessi dai diversi tessuti in maniera differente, a seconda della loro struttura e densità. Le differenze vengono captate e tradotte in immagini, permettono di visualizzare una mappa degli organi interni e individuare eventuali anomalie. 

I sottomarini utilizzano il sonar per la navigazione, strumento emettitore di onde sonore, le quali rimbalzano sugli oggetti che incontrano e tornano indietro; analizzando le onde di ritorno si può ricostruire l’ambiente circostante e verificare se lo spazio di manovra è libero da ostacoli. Un sistema simile, chiamato biosonar, è adottato da pipistrelli, balene, delfini, orche e capodogli, che emettono ultrasuoni per crearsi una mappa dello spazio, orientarsi nei loro movimenti e individuare le prede. L’acustica di uno spazio chiuso dipende dalla sua forma e dal materiale di cui le pareti sono costituite. Ogni materiale ha un diverso coefficiente di assorbimento e una capacità di riflessione più o meno sensibile a determinate frequenze. Se parliamo ad occhi chiusi in diverse tipologie di spazi è possibile capire se siamo al chiuso o all’aperto, se lo spazio è grande o piccolo, e se l’orecchio è particolarmente allenato si potrebbero anche individuare i materiali di cui l’ambiente è costituito. Anche gli esseri umani dunque, utilizzando la loro voce e il loro udito, possono trasformarsi in una sorta di biosonar: emettendo vocalizzi possono individuare le differenti riverberazioni e raccogliere informazioni per farsi un’idea dello spazio circostante.

SUONO E AMBIENTE: IL PAESAGGIO SONORO. 

Robert Murray Schafer, compositore e ambientalista canadese, a partire dagli anni 70 allargò il suo campo di studi all’ecologia sonora dello spazio acustico, coniando il termine “paesaggio sonoro”, che dà anche il titolo al suo libro-manifesto, nel quale sintetizza e condivide anni di lavoro. Per paesaggio sonoro si intende un qualsiasi spazio fisico, chiuso o aperto, oggetto di analisi e interpretazione prevalentemente attraverso l’ascolto dei suoni presenti in esso. Lo studio del paesaggio sonoro mira ad ampliare la conoscenza e la comprensione del mondo nel quale viviamo, acquisire consapevolezza dei fenomeni sonori e dell’effetto che producono su di noi, acquisire e utilizzare strumenti per affrontare le problematiche legate all’inquinamento acustico. Bellezza, benessere collettivo, rispetto e responsabilità guidano il pensiero e il lavoro di Schafer, che si svolge prevalentemente sul campo, integrando continuamente tutti i sensi. Il paesaggio si ascolta, si vede, si odora, si tocca e si gusta. 

Schafer non si limita alle riflessioni sulla realtà che osserva e ascolta, ma fornisce strumenti teorici e pratici per poter agire consapevolmente e responsabilmente al fine di creare un ambiente più rispettoso della natura e degli esseri viventi. Si rivolge a tutte quelle figure professionali che progettano e realizzano spazi di lavoro e abitativi determinandone inevitabilmente le qualità acustiche, così come si rivolge ai musicisti, agli artisti, agli insegnanti e ai singoli cittadini. Analizzando il paesaggio sonoro Schafer ne individua le caratteristiche più significative, ovvero i suoni particolarmente importanti per la loro essenza, diffusione e presenza, che raggruppa in tre categorie: 

TONICHE: suoni non sempre uditi coscientemente che caratterizzano un luogo, determinati prevalentemente dalla geografia e dal clima: il vento, l'acqua, le foreste, gli uccelli, gli insetti, gli animali. Questi suoni sono una sorta di sfondo, impressi profondamente nelle persone al punto da influenzarne significativamente l’esistenza. Senza le toniche il paesaggio sonoro risulterebbe impoverito (ad esclusione della tonica creata dalle moderne aree urbane: il rumore del traffico). 

SEGNALI: i suoni in primo piano, uditi coscientemente, che hanno la funzione precisa di avvertire le persone che li ascoltano. Possono essere le campane delle chiese o i campanelli dei citofoni, i clacson degli autoveicoli e le sirene delle fabbriche, le suonerie dei cellulari, ecc. I suoni segnale sintetizzano un messaggio, richiamano l’attenzione e possono avere anche valenze simboliche: una campana può suonare il mezzogiorno, suonare a festa oppure a lutto. 

IMPRONTE SONORE: suoni caratteristici di un'area ai quali la comunità che vi abita riconosce un valore particolare, simbolico, ricco di significato. Le impronte sonore andrebbero protette poiché rendono unica la vita acustica di una comunità. 

All’osservazione del presente Schafer unisce una ricostruzione del paesaggio sonoro primordiale avvalendosi di varie fonti letterarie e iconografiche del passato e della sua immaginazione. Questa panoramica inizia con riflessioni sul suono dall’acqua (elemento dal quale la vita biologica ha avuto origine, noi stessi prendiamo forma e vita nel liquido amniotico ed è in questo liquido che iniziamo a sentire i suoni), con il suono del mare, delle cascate, della pioggia, e poi aggiunge il suono dell’aria, del vento, dei tuoni, dei terremoti e delle eruzioni vulcaniche, tutti eventi naturali che costituiscono le toniche del paesaggio sonoro. A questo sfondo continuo e cangiante si aggiungono i suoni degli animali, degli uccelli e degli insetti, con il loro ricchissimo e stupefacente repertorio sonoro. Arrivano infine i suoni degli esseri umani: le voci, le musiche, il lavoro e le macchine. Prima della rivoluzione industriale nel mondo c’era più silenzio, che non è assenza di suono, ma una condizione momentanea nella quale tutti i suoni sono al di sotto della nostra soglia di udibilità. Con lo sviluppo delle civiltà l’essere umano ha prodotto sempre più suono (o rumore), aggiungendo al paesaggio sonoro nuove toniche. Se in una area geografica la materia prima più utilizzata era il legno allora era questo materiale a risuonare maggiormente, a causa del suono legato alle sue lavorazioni e quello legato all’utilizzo degli oggetti realizzati con quel materiale. Analogamente valeva per la pietra, il bambù, il ferro, che hanno determinato il paesaggio sonoro delle diverse aree urbane. In seguito si sono aggiunti i suoni delle macchine, della produzione, dell’automazione e della comunicazione. In breve tempo lo spazio acustico è stato invaso da nuove toniche, quelle del traffico, della produzione, della comunicazione radiotelevisiva. A questo si aggiungono i nuovi segnali che sono stati progettati e creati, molti dei quali studiati per attirare l’attenzione dei consumatori o spingerli verso azioni consumistiche, nella totale mancanza di rispetto per il silenzio e l’orecchio.

ECOLOGIA ACUSTICA E DESIGN ACUSTICO 

Se l’ecologia è lo studio dei rapporti tra gli organismi viventi e il loro ambiente l’ecologia acustica è lo studio dei suoni nel loro rapporto con la vita e la società. Nelle sue analisi Schafer distingue due tipi di paesaggio sonoro, quello hi-fi (ad alta fedeltà) e quello low-fi (a bassa fedeltà). Abbiamo un paesaggio hi-fi quando i suoni sono chiaramente distinguibili, anche nella loro sovrapposizione; al contrario abbiamo un paesaggio low-fi quando i suoni si confondono in una sovrabbondante e ridondante presenza sonora. È facile immaginare un tranquillo villaggio di montagna come un paesaggio hi-fi e una metropoli come un paesaggio low-fi. Nei tempi passati il silenzio era abbondante, costituiva lo sfondo dal quale i vari suoni emergevano chiari e nitidi. Il silenzio permetteva di ascoltare profondamente l’ambiente e trarre le informazioni necessarie. Dal silenzio e nel silenzio nasceva la preghiera e si nutriva la concentrazione che ha permesso ai mistici di accedere e trasmettere l’essenza delle cose. Silenzio, concentrazione, contemplazione erano azioni cariche di valore e significato. 

 

Nella società occidentale il silenzio ha spesso un valore negativo, è un vuoto, un’interruzione della comunicazione, una condizione di assenza assimilabile alla morte. Forse l’uomo ama produrre e circondarsi di suoni per sentirsi meno solo, per esorcizzare la paura della morte. Forse nel silenzio si entra in contatto con emozioni ed esperienze ingombranti e scomode che non si sanno comprendere ed elaborare, allora si ricorre al suono o al rumore per allontanarle. Di questa bulimia si nutre l’inquinamento acustico, vera e propria forma di degenerazione ambientale che martella implacabilmente il nostro sistema nervoso, causando stress e disagi psico-fisici di vario tipo. Oggi, tra motori a scoppio e molteplici apparecchiature elettriche, c’è una massiccia ed inedita presenza di rumori continui e ridondanti; siamo costantemente avvolti da una nuvola di suoni intensi, monotoni, privi di personalità e dinamica. Questo nuovo fenomeno acustico è anestetizzante e tossico, è un fenomeno sovrabiologico, mentre i suoni naturali vivono una propria esistenza biologica: nascono, si sviluppano, muoiono e lasciano molto spazio al silenzio. 

 

È bene mettere in evidenza come l’inquinamento acustico non sia dannoso solo per gli esseri umani ma per tutte le specie viventi e per gli ecosistemi. Lo stress derivante da questa forma di inquinamento, così come tutte le altre fonti di inquinamento, riguarda ogni essere vivente che si ritrova investito di una quantità di rumore che mina il suo riposo, la sua serenità, i suoi ritmi, quindi la sua salute. Ma lo stress acustico, oltre a minare la salute della biodiversità faunistica, aumentandone potenzialmente la mortalità, può anche determinarne la migrazione verso altri luoghi. Un ambiente naturale privato di biodiversità animale si troverebbe anche privato di tutti quei suoni che essa produce. Ad esempio, una drastica diminuzione di insetti indispensabili alla sopravvivenza degli uccelli o l’abbattimento degli alberi che gli danno rifugio, spingerebbe questi a migrare in aree più ricche di cibo e alberi. In questo caso il paesaggio sonoro si impoverirebbe o, viceversa, l’inquinamento e la distruzione dell’habitat si manifesterebbero anche attraverso l’impoverimento del paesaggio sonoro. La rigenerazione del paesaggio sonoro non è quindi una operazione ad esclusivo vantaggio degli esseri umani, o una mera operazione estetica, ma una azione necessaria per tutte le forme viventi. 

 

La figura professionale che nasce in conseguenza alle importantissime riflessioni di Schafer è quella del “designer acustico”, che attraverso una sintesi di varie competenze può favorire prese di consapevolezza e innescare trasformazioni positive. Questa figura è chiamata a scoprire i princìpi grazie ai quali si può migliorare e rigenerare il paesaggio sonoro, che può essere inteso come una grande composizione musicale collettiva, in continua evoluzione, nella quale ognuno può essere sia ascoltatore che esecutore. Con il design acustico si cerca di eliminare, ridurre o modificare i suoni sgradevoli, tossici o nocivi e inserire, conservare e valorizzare quei suoni compatibili con la natura umana e l’ambiente naturale. Non si tratta di imporre un controllo estetico dall’alto, ma ristabilire una significativa cultura uditiva che riguardi più persone possibile e che coinvolga le comunità nella salvaguardia e nella conservazione di una sana dimensione acustica per tutti gli esseri viventi. 

Così come nelle progettazioni antropiche il modulo base è il corpo umano (le porte degli edifici e gli oggetti e gli strumenti sono dimensionate in base all’anatomia umana) i moduli base per misurare e progettare l’ambiente acustico devono essere l’orecchio e la voce. Accade spesso che gli ambienti raggiungano livelli di degradazione acustica tali da sommergere il suono della voce umana, ostacolando l’ascolto, la comprensione e minacciando l’equilibrio psicofisico delle persone. Il battito cardiaco è il riferimento ritmico della musica, infatti le velocità del metronomo sono espresse in “battiti per minuto” (bpm) e corrispondono alle frequenze cardiache umane. Se il battito cardiaco umano è il modulo ritmico base da cui partire, il designer acustico deve anche conoscere i ritmi della natura e capire quando e come vengono alterati (il ritmo del respiro e i ritmi circadiani, i ritmi delle stagioni, i ritmi delle specie animali con i loro richiami legati al corteggiamento, ecc.). 

 

L’obiettivo del designer acustico è ristabilire una cultura dell’ascolto e il rispetto per il silenzio. Egli può accompagnare la società a porsi nuovamente all’ascolto, coinvolgendola in una riscrittura collettiva del paesaggio sonoro, non attraverso divieti ma attraverso un approccio consapevole e creativo. Non si tratta di applicare rigidamente delle formule ma di seguire dei princìpi per comprendere, valutare e correggere il paesaggio sonoro. Tali princìpi sono: 

1. Rispetto per l’orecchio e per la voce: quando l’orecchio perde sensibilità e la voce non riesce più a farsi sentire vuol dire che l’ambiente è nocivo. 

2. Consapevolezza del valore simbolico del suono: un suono è sempre qualcosa di più di un segnale funzionale. 

3. Conoscenza dei ritmi e dei tempi del paesaggio sonoro naturale. 

4. Comprensione dei meccanismi di equilibrio grazie ai quali è possibile correggere un paesaggio sonoro compromesso. 

 

Lo studio del paesaggio sonoro non riguarda solo gli spazi aperti ma può riguardare anche gli edifici. I costruttori del mondo antico costruivano con gli occhi e le orecchie, la geometria era guidata anche dal suono. Templi, chiese e moschee erano organismi acustici vibranti, in alcuni di essi sono stati ritrovati incastonati nei muri dei vasi di rame, bronzo o terra cotta che avevano la funzione di amplificare determinate frequenze e migliorare l’acustica dello spazio. Nel teatro a cielo aperto di Asclepio, a Epidauro (Grecia), è possibile udire distintamente uno spillo che cade a terra da ognuno dei circa 14.000 posti a sedere; nella spettacolare moschea di Shah Abbas, ad Isfahan (Iran), c’è una eco multipla che si ripete per sette volte; nel Tempio del Cielo, a Pechino, è possibile assistere a giochi di eco impressionanti. È emblematico dei tempi moderni che nelle chiese, luoghi per loro natura riverberanti, si trovino impianti di amplificazione per la voce che non fanno altro che peggiorare la diffusione del suono e affaticare l’ascolto dei presenti. Va detto che questi luoghi furono pensati per diffondere la parola cantata, dai ritmi lenti, e non la parola parlata, con ritmi più veloci. 

 

L’acustica di uno spazio, così come l’esposizione solare, è importante poiché influisce sull’equilibrio psichico di chi lo vive. Spesso nelle facoltà di architettura non ci si preoccupa molto dell’acustica, al limite ci si preoccupa della riduzione, dell’isolamento e dell’assorbimento del rumore ma non della creazione di spazi acustici vivi e a misura umana. Oggi è molto diffusa la figura del sound designer ma questi professionisti sono lontani dalla filosofia del paesaggio sonoro di Schafer, il loro lavoro è incentrato sulla creazione di ambienti sonori artificiali per installazioni artistiche o a servizio di produzioni legate alla moda, al cinema, alla televisione, ecc. In altri casi il design acustico è studiato e realizzato limitandosi a interventi di insonorizzazione che impoveriscono l’ambiente acustico o di sonorizzazioni aggiuntive utilizzate per mascherare dei rumori che non si vogliono realmente eliminare. Confondendo la qualità acustica con la protezione dal rumore si rischia quindi di realizzare spazi poveri di stimolazioni sonore che, come ci insegna Alfred Tomatis, possono influenzare negativamente l’equilibrio psicofisico della persona. I muri possono servire a isolarci o proteggerci dai suoni indesiderati, ma oggi si può dire che siamo circondati da muri di suono che ci isolano da noi stessi e dalla relazione con gli altri. Declinati in questo senso i princìpi dell’ecologia acustica rischiano di promuovere una accettazione del degrado nel quale viviamo invece di metterlo in discussione. Il ruolo del designer acustico non è quello di far accettare il paesaggio sonoro così com’è ma di accompagnarci verso la sua rigenerazione.

IL SUONO NELLA PERMACULTURA 

Se il suono è energia, nutrimento e informazione allora può essere considerato e integrato nel processo del design della permacultura, contribuendo così alla rigenerazione degli esseri umani e degli ecosistemi. Vediamo ora come il suono si connette ad alcuni princìpi della permacultura. 

Osserva e interagisci. All’inizio del design c’è l’osservazione, momento in cui si attivano diverse “forme di ascolto” per accedere ad una visione più olistica possibile, raccogliere informazioni e realizzare il design più efficace. Nell’osservazione si guarda, si ascolta, si tocca la terra, la si odora, se ne assaggiano i frutti. Lo spazio acustico è ricco di informazioni a cui prestare ascolto (sui materiali, sugli spazi, sui flussi di energie sonore) che contribuiscono alla comprensione di un contesto e aiutano a decidere come eventualmente modificarlo attraverso la progettazione. Progettando con il suono il design finale sarà il frutto dell’armonizzazione di occhio e orecchio, la ricerca e la valorizzazione di determinati suoni e determinate acustiche farà sì che il design finale si potrà “guardare anche con le orecchie”. 

Raccogli e conserva energia. Oggi le numerose tecnologie legate alla registrazione audio ci permettono di conservare grandi quantità di energia sonora. In questi anni la specie umana ha immagazzinato (e immesso) nello spazio acustico mondiale una quantità esorbitante di materiali sonori. Ma quantità non è qualità ed ogni tecnologia dovrebbe essere utilizzata in modo responsabile. Abbiamo visto che nell’audiopsicofonologia si utilizzano registrazioni di ottima qualità ad alto potenziale energetico per scopi terapeutici, si utilizza quindi in modo intelligente la moderna tecnologia per la rigenerazione dell’ascolto umano. L’energia del suono si può anche raccogliere indirettamente: per costruire strumenti musicali e oggetti sonori di vario tipo il legno e il metallo sono materiali eccellenti e utilizzati da secoli. Gli alberi e in generale le piante possono già offrire semplici oggetti sonori, alcuni se ne trovano già pronti come le capsule dei semi della pawlonia o alcuni baccelli contenenti semi che una volta essiccati diventano dei piccoli e delicati sonagli. Anche i canali di distribuzione dell’acqua possono essere studiati in modo che lo scorrimento o il gocciolamento del liquido possa essere sfruttato sonoramente. 

Pianificazione energetica efficiente. Se il suono può essere fonte di energia per il funzionamento del cervello allora la progettazione degli ambienti chiusi dovrà porre la massima attenzione all’acustica per far sì che questo nutrimento si propaghi al meglio. Una attenta progettazione acustica può favorire l’ascolto e la comunicazione, e valorizzare le frequenze più energizzanti a vantaggio di chi vive gli ambienti. Un’abitazione sita in un’area rumorosa può essere realizzata in modo da proteggere chi vi abita dall’inquinamento sonoro ma al tempo stesso presentare al suo interno spazi acustici vibranti di energia a misura dell’orecchio umano. Una stanza dedicata allo studio può essere collocata nella zona più silenziosa della casa, una sala conferenze può essere realizzata in modo che i relatori siano uditi da tutte le posizioni senza la necessità di microfonazione, quindi con un risparmio di energia elettrica. Nel design si può valutare il posizionamento di eventuali macchinari rumorosi tenendoli più lontano possibile dalle abitazioni e dai ricoveri degli animali, o studiando insonorizzazioni adeguate che contengano più possibile i rumori diminuendo il disturbo a vantaggio di tutti gli esseri viventi. Se una parte del terreno confina con una strada trafficata si può realizzare una siepe utilizzando tipi di piante con buone proprietà fonoassorbenti. Se invece una zona è particolarmente silenziosa si può immaginare di costruirci un riparo adibito a luogo di ascolto, di raccoglimento e meditazione. 

Utilizzo dei modelli naturali (pattern). Già nell’introduzione del suo manuale di progettazione, Bill Mollison parla dell’utilizzo dei pattern come “una disciplina di raccordo, che si applichi in egual misura a geografia, geologia, musica, arte, astronomia, fisica delle particelle, economia, fisiologia e tecnologia”. I pattern ci fanno capire come la natura concentra e distribuisce energia e i due pattern specifici che ci fanno comprendere come si muove l’energia sonora sono la spirale e la sinusoide. La spirale è la forma della coclea, il sofisticato organo situato nell’orecchio interno che raccoglie l’energia dell’onda sonora e la distribuisce al cervello attraverso un circuito nervoso specializzato; la sinusoide è quella particolare curva che si utilizza per raffigurare le onde e in generale tutti quei fenomeni oscillatori periodici. 

 

Nella sinusoide si possono riconoscere moltissimi fenomeni ricorrenti in natura, tutti aventi a che fare con la vita, la pulsazione e il movimento più o meno regolare, armonico e periodico, quindi con tutti quei fenomeni ciclici e simmetrici come giorno/notte, inspirazione/espirazione, battito cardiaco, ecc. La sinusoide la si può osservare nel moto ondoso del mare, nel sinuoso avanzare dei serpenti, nell’alzarsi e abbassarsi della cassa toracica durante la respirazione, nella linea immaginaria tracciata dalla testa di una persona che cammina, vista dall’alto, ecc. 

La spirale si trova là dove l’energia viene irradiata, distribuita ma anche concentrata e raccolta, e la si può osservare in tante manifestazioni naturali e non: alcuni tipi di galassie (tra le quali la nostra Via Lattea), gli uragani e i tornado, la disposizione dei semi nel capolino dei girasoli, la disposizione delle squame presenti sulla buccia dell’ananas, la forma di molte conchiglie e gusci di lumaca, i mulinelli che si formano nelle correnti di acqua, la forma che assume la coda di un camaleonte quando si arrotola su sé stessa, il ricciolo della paletta degli strumenti musicali ad arco, la forma delle corna di alcuni animali, la traiettoria percorsa da alcuni rapaci quando calano sulla preda, la modalità che molte piante rampicanti adottano per avvilupparsi, alcune componenti meccaniche come le molle elicoidali, le viti, le eliche, e le turbine, ecc. 

Sinusoide e spirale sono le forme che la natura utilizza per trasferire energia in modo efficiente ed armonico; possono essere viste come le forme con cui danza la vita, e infatti le ritroviamo entrambe nel DNA, la cui doppia elica si sviluppa in modo spiraliforme.

FONTI SONORE RINNOVABILI 

Se si pensa al suono come indicatore e creatore della qualità dell’ambiente allora aumentando la biodiversità faunistica e vegetale ne risulterà un ambiente più ricco di suoni. Gli alberi possono essere considerati dei grandi oggetti sonori quando sono scossi dal vento o quando la pioggia cade sulle loro foglie; inoltre danno riparo agli uccelli, altra grande fonte di suoni. Ecco allora che i sistemi di alberi possono essere considerati come delle orchestre naturali capaci di regalare onde sonore in grado di migliorare il paesaggio sonoro dei luoghi che si vogliono progettare attraverso il design in permacultura. 

Utilizzando materiali organici (o riciclando oggetti di materiali vari) si possono progettare e realizzare svariati oggetti sonori da installare in un orto, in un parco (ma anche in un qualsiasi spazio chiuso), andando a creare delle “aiuole sonore”. Lo scopo di queste aiuole, oltre a rigenerare il paesaggio sonoro, è quello di offrire occasioni di svago alle persone e diversificare le loro modalità di relazione all’interno degli orti e dei giardini. 

 

Tra i materiali organici il bambù è facilmente reperibile, inoltre richiede poche e relativamente semplici lavorazioni per ottenere oggetti sonori molto efficienti. I suoni emessi da questi strumenti in bambù sono suoni semplici e delicati e questo si sposa perfettamente con l’idea di fondo che anima questi oggetti, che è legata all’ascolto: i suoni deboli invitano ad un ascolto più fine e conducono ad una dimensione di raccoglimento. I suoni piccoli possono essere il metro con il quale misurare la qualità del silenzio di un luogo, in base appunto alla possibilità o impossibilità di ascoltarli. I suoni poco intensi possono essere un buon allenamento volto a migliorare la capacità di ascolto selettivo, attitudine che può portare ad una maggiore consapevolezza acustica e a percepire il paesaggio sonoro con maggiore sensibilità. Spostando l’attenzione su piccoli suoni la percezione dell’inquinamento sonoro aumenta, favorendo quelle domande utili alla progettazione dello spazio acustico. Focalizzare l’attenzione sui suoni desiderati e quelli indesiderati ci spingerà a trovare quelle soluzioni che possono permetterci di costruire il paesaggio acustico più vicino alle nostre esigenze. 

 

Gli oggetti sonori in bambù presentano ulteriori connessioni con i princìpi della permacultura, oltre a quelle precedentemente descritte. Il bambù è considerato una pianta infestante e, per quanto utile dati i molteplici usi che si possono fare dei suoi fusti, può essere difficile da contenere ed estendersi oltre l’area desiderata. L’utilizzo del bambù accende quindi una connessione con il principio “Il problema è la soluzione”, poiché l’eccesso di bambù può diventare una risorsa per avviare e incoraggiare la produzione di oggetti sonori e strumenti musicali da promuovere e diffondere all’interno della comunità. 

Per ottenere strumenti musicali efficaci dal bambù non sono necessarie particolari lavorazioni di liuteria e si possono avere buoni risultati con una minima lavorazione, quella sufficiente a fare emergere i suoni già presenti nel bambù. Questa caratteristica chiama in causa il principio “Attuare il minimo cambiamento per ottenere il massimo effetto possibile”. 

L’impiego sonoro e musicale del bambù aggiunge ulteriori funzioni alla pianta, e quindi richiama anche il principio “Ogni elemento svolge più funzioni

Il bambù è una risorsa biologica e rinnovabile, quindi viene chiamato in causa il principio “Preminenza dell'uso di risorse di origine biologica rispetto a quelle derivanti da combustibili fossili”. 

 

Le azioni per migliorare il paesaggio sonoro possono essere molteplici e ognuno può ingegnarsi in base ai materiali, agli strumenti e alle conoscenze di cui dispone. Mi auguro che questo mio lavoro possa invogliare quante più persone possibile a prendersi cura del paesaggio sonoro, una dimensione nella quale i singoli contributi possono unirsi a beneficio della collettività e delle comunità.

Nel testo completo si trovano molte immagini che aiutano a comprendere i concetti affrontati e anche diverse foto degli oggetti sonori in bambù che ho realizzato. Lì troverete anche il mio indirizzo email al quale potete scrivermi per farmi domande o condividere le vostre considerazioni.